giovedì 2 dicembre 2010

In un mondo migliore di Susanne Bier

Dici Scandinavia e la immagini immersa nel verde, con migliaia di km di piste ciclabili e una popolazione serena che vive armoniosamente in un contesto lontano da ogni forma di prepotenza. Probabilmente è anche così, ma la regista danese Susanne Bier con "In un mondo migliore" ci mostra l'altra faccia della medaglia: quella più violenta e incivile, attraverso gli occhi di due ragazzini e dei loro genitori. Christian (Wiliam Johnk Nielsen) dopo aver perso sua madre per un cancro si trasferisce con suo padre in Danimarca dove incrocia sui banchi di scuola il coetaneo Elias (Markus Ryagaard), vittima di bullismo e isolato dal resto della classe. Sono due persone molto diverse ma con problemi simili: il primo è pieno di rancore, incattivito con il mondo e capace (decisamente troppo per la sua età...) di pianificare con ratio le proprie azioni; il secondo è timoroso, debole e soffre psicologicamente per via dei continui soprusi subiti. I "colpevoli" sono Claus (Ulrich Thomsen) reo a detta del figlio di aver desiderato la morte di sua moglie e la coppia scoppiata di genitori formata da Marianne (Trine Dyrholm) e Anton (Mikael Persbrandt), che lavora come medico per una missione umanitaria in un campo rifugiati africano. La prima parte della pellicola è efficace nel tessere con originalità le personalità dei protagonisti, il quadro sociale e le ragioni scatenanti dell'aggressività dilagante, costruendo bene la tensione e non trascurando neanche qualche virtuosismo come gli zoom improvvisi sui visi dei giovani e il montaggio alternato al ritorno delle famiglie da scuola dopo l'attacco selvaggio ai danni di un teppistello. Come la Danimarca della Bier, anche il film ha due volti: prende il sopravvento Anton - il vero protagonista nelle intenzioni della regista - e la narrazione di sdoppia su più livelli, quello che continua a seguire i progetti dei ragazzi e un altro che si concentra sulla vita dell'uomo focalizzandosi sulla sua etica impeccabile, celebrata in un esasperato rifacimento moderno della parabola "porgi l'altra guancia" e in un improbabile coupe de theatre in territorio africano. A penalizzare ulteriormente il promettente inizio si registra un crollo del clima teso e dell'atmosfera fosca che avevano incorniciato ammirevolmente le vicende dei personaggi; caduta che si acuisce nell'ultimo quarto d'ora durante il quale si cambia registro virando inaspettatamente su tinte più calde e accomodanti simili a quelle dei lieto fine della più convenzionale fiction. Peccato davvero, sarebbe stato bello uscire dalla sala con un profondo senso di inquietudine.

Voto: 5,5

martedì 30 novembre 2010

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni di Woody Allen

Leggendo sulla locandina la frase “Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni” inevitabilmente si creano delle associazioni di tipo sentimentale e ci viene un bel dubbio che quel geniaccio pessimista di Woody Allen abbia voluto con la sua ultima fatica celebrare romanticamente l'amore. Come facilmente intuibile per gli alleniani più affezionati, le intenzioni del regista newyorkese sono sensibilmente diverse: consapevolizzare gli individui e riflettere sul ruolo centrale che le illusioni hanno nei processi decisionali e comportamentali nella vita delle persone. Infatti, il titolo prende spunto beffardamente da una di quelle frasi standard pronunciate con fare mellifluo da cartomanti e sedicenti sensitivi che affollano – sfortunamtamente – le nostre città. Proprio una di queste “maghe” (Cristal, interpretata da Pauline Collins) viene coinvolta per disperazione dalla depressa Helena (Gemma Jones) fresca di abbandono per volontà di suo marito Alfie (Anthony Hopkins), anziano ringalluzzito e intenzionato – tra jogging intenso e trattamenti di bellezza – a riposizionarsi socialmente cercando emozioni più intense. Contemporaneamente seguiamo le vicende coniugali della loro figlia Sally (Naomi Watts) e di suo marito Roy (Josh Brolin), un inquieto e irritabile scrittore in crisi, alle prese con il velleitario tentativo di pubblicazione del suo nuovo libro. A chiusura della trama e del cast stellare, si aggiungono il gallerista-datore di lavoro della donna (Greg, impersonato da Antonio Banderas), una misteriosa e affascinante vicina di casa di nome Dia (Freida Pinto) e la nuova provocante partner di Alfie dal nome profetico: Charmaine (Lucy Punch), un'oca dal passato (?) equivoco. Dopo lo scoppiettante “Basta che funzioni” era preventivabile che il ritorno in Europa con la quarta trasferta londinese del regista non ci avrebbe consegnato un film altrettanto riuscito. L'impianto è quello collaudato: voce fuori campo a immergere lo spettatore nel vivo della narrazione e a coinvolgerlo emotivamente negli eventi, personaggi ben delineati, dialoghi pragmatici e clima disfattista sullo sfondo. La sensazione, però, è che manchino la lucidità e lo sguardo icastico grazie ai quali solitamente un film di Allen può decollare; qui non non si prende il volo, anzi, con il passare dei minuti la storia perde di brillantezza rivelandosi troppo ordinaria, abusata e talvolta stucchevole (per via dei tanti: “Cristal ha detto...” pronunciati da una Helena completamente succube della fattucchiera). Malgrado ciò, grazie a degli attori straordinari, la commedia è capace di sorprendere in qualche occasione e contiene delle sequenze efficaci, oltre a una qualità delle battute controllata e garantita dal marchio di fabbrica. Attendendo fiduciosi l'uscita del nuovo Allen intitolato “Midnight in Paris” (con la chiacchieratissima partecipazione di Carla Bruni, ndr), tutto sommato un discreto lavoro grazie al quale non avremo incontrato il regista dei nostri sogni, ma un'artista con ancora qualche freccia nel proprio arco certamente sì.

Voto: 6,5

venerdì 26 novembre 2010

We Want Sex di Nigel Cole

Del problema riguardante la condizione delle donne - storicamente penalizzate nella struttura sociale - è rimasta soltanto qualche eco nella società industriale moderna: difficoltà a ritagliarsi ruoli di direzione aziendale e pressione psicologica subita da parte di alcuni malintenzionati che offrono lavoro in cambio di favori sessuali, sono le questioni sul tavolo dell'attualità. Ciò nonostante, i produttori Elizabeth Karlsen e Stephen Wooley hanno deciso di realizzare "We Want Sex", da un episodio di cronaca inglese del 1968: nella fabbrica-città Ford di Dagenham (55mila dipendenti, quasi tutti uomini) lavorano alla cucitura dei sedili anche 187 coraggiose signore che a un certo punto decidono di ribellarsi perché stanche di portare il fardello della discriminazione sessuale. Per il progetto è stato ingaggiato il regista Nigel Cole e formato un cast di tutto rispetto che annovera Sally Hawkins (attrice feticcio di Mike Leigh con il quale ha girato anche "La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky") nel ruolo della protagonista Rita O'Grady, Bob Hoskins (memorabili le sue interpretazioni in "Mona Lisa" e "Il viaggio di Felicia"), Miranda Richardson ("Il danno", "Il mistero di Sleepy Hollow", "Spider") e Rosamund Pike ("Orgoglio e pregiudizio" e in uscita a Gennaio con "La versione di Barney"). La storia, seppur di grande importanza storica per il riconoscimento dei diritti e la successiva legge ad hoc sulla parità di retribuzione, non ha grande presa in quanto appunto anacronistica e appartenente a un'epoca che percepiamo distante secoli da quello che tutti i giorni incontriamo negli uffici e nelle strade del mondo civilizzato. È altresì vero che il cinema attinge spesso dal passato; quindi, probabilmente è il modo in cui viene raccontata la vicenda a renderla melensa. Rita emerge dal suo alloggio popolare di provincia e viene designata leader a capo della protesta (spalleggiata dai sindacati) che mette in seria difficoltà i dirigenti Ford, costretti a negoziare per la prima volta degli accordi al femminile. La situazione però si inasprisce, si ferma la produzione e iniziano a fioccare i licenziamenti per i colleghi uomini (avvenimento – sciaguratamente poco approfondito nella pellicola); questo provoca tensioni domestiche tra mariti e mogli e rappresenta una nuova minaccia al desiderio di uguaglianza delle operaie. Il film sembra virare verso territori più consoni alla realtà delle cose e per qualche minuto – quando entrano in gioco gli interessi economici nazionali – si ha l'illusione che si possa scacciare il prevedibile e dolciastro happy end, ma grazie all'intervento dell'energico Ministro del Lavoro Barbara Castle questo non accade. Non riescono né lo humour inglese (si ride poco, a dire il vero) né la bravura degli attori a tenere in piedi una narrazione che scivola più volte nel corso delle sue quasi due ore di durata: le gratuite e didascaliche sequenze a rimarcare lo slogan “We want respect” che riguardano il maestro autore di maltrattamenti con la bacchetta nei confronti dei suoi giovani alunni e l'amicizia con la colta moglie di un boss Ford trattata da quest'ultimo alla stregua di una colf, la goffa scena del pignoramento del frigorifero alla prima rata non pagata, il pretestuoso suicidio del marito di una operaia (era proprio necessario?) costituiscono una serie di indizi che rappresentano la prova di non riuscita. Insomma, we want better movies.

Voto: 5

venerdì 22 ottobre 2010

Figli delle stelle di Lucio Pellegrini

Un giovane portuale di Marghera (Fabio Volo), un professore di educazione fisica che si arrangia facendo il pizzaiolo (Pierfrancesco Favino) e un uomo appena uscito di galera (Paolo Sassanelli) tentano di rapire in segno di riscatto sociale un infido Ministro della Repubblica, ma essendo dei sequestratori incapaci portano via per errore un onesto sottosegretario (Giorgio Tirabassi); invischiati nella storia si ritroveranno anche un ricercatore universitario reazionario (Giuseppe Battiston) e una giornalista TV (Claudia Pandolfi). Sono questi i personaggi che tengono insieme il quarto lungometraggio (realizzato con il sostegno della Regione autonoma della Valle D'Aosta e girato tra Roma e Cervinia, ndr) del quarantacinquenne Lucio Pellegrini; una commedia che tenta la strada ambiziosa di voler divertire facendo riflettere su temi delicati come la precarietà nel mondo del lavoro. Una storia strampalata e un po' furbetta che intende aprire un discorso complesso che abbraccia appunto la disoccupazione, la politica accentratrice lontana dalle reali esigenze della gente e quest'ultima che accetta senza batter ciglio la situazione socialmente irreversibile nella quale versa. L'intenzione è nobile, ma l'approccio è di un semplicistico disarmante: l'abulica e pretestuosa citazione chomskyiana de “La fabbrica del consenso” (un sistema di propaganda con il quale viene manipolata l'opinione pubblica, ndr) racchiude la pochezza nell'analisi del film: una ricca farcitura di concetti in superficie e un'essenza assai povera. Certo, il regista è il primo a dichiarare: “Non faccio film a tesi e non voglio dare messaggi di nessun genere”. Però se una pellicola ha come motore l'attualità e gli argomenti trattati sono funzionali allo sviluppo dei personaggi e della narrazione, ci si aspetterebbe un approfondimento superiore e non ci si può esimere dal confronto con la rappresentazione della realtà. Qualche gag simpatica qua e là non basta a mettere sul binario giusto un lavoro con non pochi difetti, non ultimo un cast poliedrico certamente ma altrettanto privo di mordente dove emerge carismatico il solo Favino. Da ricordare alcune canzoni della colonna sonora come l'indimenticata hit di Alan Sorrenti che al film presta il titolo e “Le ragazze di Osaka” di Eugenio Finardi; per il resto, rimarrà molto poco nel cuore e nella mente dello spettatore all'uscita di “Figli delle stelle”.

Voto: 4
http://filmup.leonardo.it/figlidellestelle.htm

giovedì 14 ottobre 2010

Gorbaciof di Stefano Incerti

Chi è meridionale lo sa bene: affibbiare gli pseudonimi è sport nazionale. Quando poi vivi in una città folcloristica come Napoli e ti ritrovi un’appariscente voglia appiccicata proprio sulla fronte, puoi stare certo che il tuo nome si trasformerà in “Gorbaciof” (evidentemente, un adattamento dialettale del cognome del celebre leader dell’Unione Sovietica). Il protagonista del sesto lungometraggio del regista napoletano Stefano Incerti è il contabile del carcere di Poggioreale, all’anagrafe Marino Pacileo (Toni Servillo), un uomo taciturno, disonesto, viscido e - a modo suo - sensibile. Durante il lavoro è solito rubare qualche soldo dalla cassaforte da utilizzare a un variopinto e losco tavolo da gioco allestito nel retro di un ristorante cinese, di cui fanno regolarmente parte tra gli altri un noto avvocato e il proprietario dello stesso esercizio orientale, padre della bella Lila (Mi Yang), per la quale Pacileo nutre un forte interesse sentimentale. L’aspirante suocero s’indebita con il poker e, per evitare conseguenze ancor più disgraziate, Gorbaciof intensifica i prelievi fuorilegge alla cassa del carcere e tampona con il contante la piaga sociale della famiglia cinese. Anche per lui, però, le carte non girano e si ritrova invischiato in traffici di tangenti e rapine. Come spesso accade a Servillo nelle interpretazioni per Paolo Sorrentino, il personaggio principale del film gli viene cucito addosso; la macchina da presa lo tallona silenziosa in stile documentaristico e ne traccia un ritratto in cui emergono le smorfie e l’andamento smargiasso, tipici di chi è abituato a vivere per strada. Rispetto a “Le conseguenze dell'amore” o “Il Divo”, dove l'ottimo Toni poteva brillare grazie anche a una sceneggiatura appassionante, in “Gorbaciof” ha giocato da solista trainando una storia incolore e un cast – a cominciare dalla protagonista femminile – abbastanza piatto. Tuttavia, Incerti è ammirevole nel suo tentativo (riuscito) di raccontare gli eventi in forma originale risparmiando i dialoghi e privilegiando le immagini, segnate efficacemente dalle musiche originali di Teho Teardo (Il Divo) e montate dal solido Marco Spoletini (Gomorra). Con un finale graffiante avrebbe potuto rivelarsi anche una pellicola da raccomandare agli amanti del cinema acqua e sapone, ma sfortunatamente l'epilogo grottesco lo ridimensiona e lascia allo spettatore un retrogusto amaro, coerente con l'atmosfera del film ma meno con i favori del pubblico.

Voto: 5,5

mercoledì 6 ottobre 2010

L'illusionista di Sylvain Chomet

In un’epoca tridimensionale come quella che cinematograficamente stiamo vivendo, dove la Pixar anno dopo anno macina vorticosamente innovazioni e l’industria di settore sforna pellicole 3D con sempre più frequenza, c’è qualcuno che va controcorrente: è il caso del francese Sylvain Chomet (nomination all’Oscar con “Appuntamento a Belleville”) che ha adattato, disegnato e diretto “L’illusionista”, da una sceneggiatura originale di Jacques Tati, scritta a fine anni 50 e recuperata a distanza di mezzo secolo negli archivi del Centre National de la Cinématographie. Per comprendere meglio questa pellicola d’animazione, bisogna entrare nel microcosmo di Tati: accenniamo alla sua figura cercando di non apparire eccessivamente semplicistici. Jacques Tati (1908-1982), mimo e attore di cabaret negli anni 30, è stato un regista d’indubbia grandezza e spiccata originalità nel panorama internazionale sul versante della commedia satirica; il suo umorismo sobrio e sottilissimo, pretesto dissacrante con cui tratteggiava le caratteristiche dell’uomo, ne fa un acuto e inimitabile osservatore della società moderna. “L’illusionista” dunque riprende la medesima poetica e introduce un tassello più malinconico e intimo: sembra che la storia fosse stata accantonata perché troppo vicina alle vicende personali di Tati, quasi un soggetto autobiografico. Non a caso il testo affronta principalmente due argomenti: la fine dell’epoca del music hall a scapito del vigoroso rock’n’roll e soprattutto il tema universale del rapporto tra padre e figlia (quello del regista con la sua Sophie Tatischeff?). Un attempato illusionista – ormai fuori moda – vaga tra una città e un’altra alla ricerca di un pubblico che resti stupefatto alla vista dei suoi trucchi. Non va troppo bene, ma un giorno, durante un’esibizione in un pub sulla costa scozzese, incontra una giovane ingenua e incantata di nome Alice che è disposta a credere alle sue “magie” e segue l’uomo che la guiderà delicatamente e amorevolmente all’età adulta. Il racconto, ambientato a Parigi e in prevalenza Edimburgo, sembra fuori dal tempo; a cominciare dalla pressoché totale assenza di dialoghi e passando per la ricostruzione artigianale (anche per questo è stato deciso di utilizzare il 2D) dei luoghi e dei personaggi che rende in qualche modo più umano e vivo l’ambiente. Le avventure dell’illusionista, musicate efficacemente dallo stesso Chomet, sono un condensato di arte mimica e – dietro una patina di apparente semplicità – riflessioni attente sulle piccole cose della vita e sulla relazione uomo/denaro/oggetti, in tutte le sue sfumature più ironiche, drammatiche, stravaganti, delicate. Un piccolo gioiello dell’animazione dedicato a tutti quelli che amano un cinema più classico e spartano vicino a interpreti come Charlie Chaplin e Buster Keaton, oltre che indicato per tutti coloro che in sala ricercano qualche appiglio che stimoli la propria sensibilità e le emozioni più autentiche.

Voto: 7,5

lunedì 4 ottobre 2010

Buried - Sepolto di Rodrigo Cortés

C’è chi ha un atteggiamento più understatement e c’è chi invece, come si dice in gergo, se la canta e se la suona. Alla seconda categoria appartiene certamente Rodrigo Cortés, il regista di “Buried – Sepolto” che si è lasciato andare a un catalogo di apprezzamenti entusiastici sul suo secondo lungometraggio dichiarando compiaciuto che è “un grande film”, possiede “una sceneggiatura brillante”, narra di “una storia fantastica…di grande suspence” e lasciando intendere che il suo cinema è molto vicino ai lavori del geniale e indimenticato Hitchcock. E qualcuno ci è anche cascato, poiché sulla locandina promozionale troneggia una didascalia proveniente dagli Stati Uniti che recita: “Un thriller intelligente pieno di colpi di scena…che renderebbe orgoglioso Alfred Hitchcock”. A modesto parere di chi scrive, Sir Alfred non solo non sarebbe orgoglioso ma probabilmente si starà rigirando nella tomba per essere stato accostato a Cortés, il cui stile si distacca piuttosto nettamente dalla cifra stilistica del maestro inglese che manteneva la tensione emotiva altissima centellinando lo shock visivo dietro un’apparente normalità assoluta. Fatta questa doverosa e necessaria premessa, diciamo subito che il film non è poi così male. L’idea alla base è semplice e le idee immediate spesso sono quelle più efficaci: un uomo americano di nome Paul Conroy (Ryan Reynolds, noto alle cronache per essere il marito di Scarlett Johansson) si risveglia in territorio iracheno sepolto vivo in una cassa di legno contenente un telefono cellulare, un accendino (product placement del marchio Zippo, ndr) e una matita; dovrà capire come è finito lì dentro, ma soprattutto come fare ad uscirne. La forza della pellicola – forse, per alcuni, un limite – è che i suoi 90’ circa di durata sono sviluppati interamente nella penombra dei pochi (a volte…) metri della cassa: senza dubbio un merito quello di essere riusciti a intrattenere lo spettatore in condizioni tanto estreme e insolite. Nella curiosa rappresentazione vanno in scena il terrore in diretta dell’uomo che teme di non riuscire a sopravvivere (convincenti le tecniche di ripresa utilizzate, in particolare gli zoom sul volto sofferente), un po’ di retorica a stelle e strisce (le colpe della guerra pagate dagli innocenti, le istituzioni che cercano di insabbiare la verità o il cinismo delle aziende nella telefonata con il direttore del personale) e alcuni episodi gratuiti inseriti per vivacizzare l’azione (il serpente e il dito mozzato). Resta intensa una perplessità che aleggia durante e dopo la visione: ma chi ha sotterrato l’uomo, per ottenere quello che desiderava, non avrebbe fatto meglio a segregarlo in superficie? In definitiva, “Buried” è un esperimento coraggioso e interessante, ma se vi aspettate di rivivere quelle atmosfere hitchcockiane tanto pubblicizzate rimarrete a vostra volta seppelliti dalla delusione.

Voto: 6
http://filmup.leonardo.it/buriedsepolto.htm