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sabato 5 giugno 2010

La bocca del lupo di Pietro Marcello


« Dopo il pasto viene il guasto, dopo il canto viene il pianto, diceva quello, e diceva bene ».

(“La bocca del lupo”, capitolo VII – Remigio Zena)


Tutto vero. Enzo Motta e Mary Monaco sono due persone con una storia alle spalle molto diversa: lui è figlio di un contrabbandiere siciliano trapiantato a Genova che ha visto culminare la sua giovinezza complicata con la condanna a ventisette anni di prigione per aver quasi ammazzato due poliziotti; lei è una transessuale (ex)borghese della Roma bene fuggita poco più che maggiorenne nel capoluogo ligure per rincorrere la sua sessualità. Diversi, appunto, ma eccezionalmente uniti dallo stesso sentimento che li nutre e li riscatta dal passato amaro e invisibile. I loro percorsi si incrociano in carcere: chiacchierano durante l’ora d’aria, si mandano messaggi in codice, si desiderano per quattro, fantastici mesi; poi Mary abbandona la prigione, ma non il cuore e la mente di Enzo che continueranno ad essere alimentati per sette lunghi anni con un’attiva corrispondenza fatta di lettere e registrazioni su cassette nascoste.

Una storia d’amore e di redenzione , è questo più di ogni altra cosa il documentario-mélo dell’eclettico Pietro Marcello (casertano, classe 1976) a cui, dopo l’esordio con il mediometraggio Il passaggio della linea (premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007) viene commissionato La bocca del lupo dalla Fondazione dei gesuiti di San Marcellino.

L’aspetto che più colpisce nel lavoro di Marcello è l’autenticità fuori dal comune di personaggi e luoghi legata alla sperimentazione della messa in scena, attraversati dalle tantissime immagini d’epoca e dissolti nella magia letteraria che gli fa da cornice. Un racconto lucido scandito dalle registrazioni amorose ai tempi del carcere, che ci descrive anche la città di Genova: la mutazione sociale dei vicoli storici e quella del tessuto industriale, in uno scorrimento di immagini abbaglianti, malinconiche ed emozionanti.

Durante questo flusso suggestivo la straordinaria maschera logora e rude di Enzo - appena uscito di galera - ripercorre gli errori di una vita (dice di sé: “io sono libero, franco e indipendente”) nei luoghi di un tempo e arriva nel ghetto della città vecchia dove lo attende da anni Mary, con la quale condivide un sogno: una casetta nella quiete della campagna, dove trascorrere, circondati da qualche cagnolino festante, una felice vecchiaia. Apice emotivo ed epilogo dell’opera è quando i due protagonisti si offrono in tutta la loro autenticità all’obbiettivo, con Mary che racconta con dolcezza l’incontro dietro le sbarre , l’innamoramento (“i quattro mesi più belli della mia vita”), l’obbligato distacco fisico, mentre Enzo ascolta compiaciuto sfregandosi continuamente le braccia virili e lo spettatore viene colpito dritto al cuore.

Da menzionare: il lavoro di archivio per le immagini di repertorio (collaborazione della Mediateca Regionale Ligure – La Spezia) e le musiche (ERA). Vincitore del Torino Film Festival 2009 e alla Berlinale nella sezione Forum.


voto 7,5

Promettilo! di Emir Kusturica

Smart has the plans,
Stupid has the stories.

(Campagna advertising “Be stupid”, Diesel)

“Be stupid” è il nuovo provocatorio slogan pubblicitario della marca di abbigliamento Diesel, che in queste settimane sta urlando al mondo la sua filosofia di vita sintetizzata appunto dal claim che esorta alla stupidità; il fondatore dell’azienda Renzo Rosso chiarisce e spiega il messaggio ambiguo: “le persone che osano, che hanno coraggio, che usano il cuore prima del cervello, che credono nel nuovo anche se è pericoloso, quelli sono gli stupidi. È un elogio della creatività vera”. Che si concordi o meno con il Diesel-pensiero (scusate la divagazione), è facile condividere che, in questo senso, uno dei più grandi “stupidi” dell’ultimo trentennio di cinema è stato Emir Kusturica: dal delicato amarcord di “Ti ricordi Dolly Bell?” (1981) alla drammaticità poetica de “Il tempo dei gitani”(1989), al capolavoro grottesco “Underground”(1995) fino al caleidoscopico “Gatto nero gatto bianco” (1998) - per citare i lavori che preferiamo - , il regista di Sarajevo ci ha abituati all’intrattenimento più immaginifico e spiazzante, marchiato da un’ironia amara e soprattutto da una capacità riflessiva profonda. Va da sé, che con queste premesse è legittimo esigere tanto dai film di Kusturica; così è anche per “Promettilo!” (film realizzato nel 2007 ma che arriva solo adesso nelle sale italiane), commedia scanzonata che racconta la storia del giovanissimo Tsane a cui viene chiesto dall’ingegnoso nonno Zivojin convinto di essere in procinto di passare a miglior vita di lasciare la sperduta collina (ex)jugoslava alla volta della città e onorare tre promesse: vendere la loro preziosa mucca Cvetka al mercato, comprare (con i soldi ricavati) un’icona religiosa, e trovare una moglie da presentare all’anziano parente prima che le sue condizioni di salute si aggravino. Ma se i primi due impegni sono decisamente fattibili, accasarsi scegliendo una persona con il cuore non è cosa semplice (a tutte le età), e quindi per Tsane si preannuncia un fiasco amoroso, finché un giorno si imbatte in una coetanea dal volto angelico di nome Jasna. Ad aumentare il coefficiente di difficoltà dell’impresa matrimoniale ci pensa l’intreccio che coinvolge la madre della ragazza con il bizzarro boss locale Bajo (interpretato dall’ottimo Miki Manojlovic, alla quarta collaborazione kusturichiana) che si divide tra racket, prostituzione e un fantomatico progetto di costruzione delle nuove World Trade Centers in territorio balcanico; ma Tsane non è solo poiché può contare su una coppia di fratelli - Topuz e Runjo - altrettanto strampalata e temibile che lo aiuteranno a difendersi e a rincorrere il suo sogno-giuramento.
Una storia piuttosto banale, qualche ridondanza un po’ stucchevole e una smarrita (o semplicemente non ricercata?) abilità di osservazione più intensa sono i difetti che potrebbero a ragione individuare comodamente i detrattori di “Promettilo!”. Tuttavia, il film nelle sua rappresentazione più comica è ben riuscito e regala momenti di schietta ilarità grazie ad un cast che gira all’unisono, all’ironia pungente dei dialoghi, e al consueto ritratto beffardo sugli usi e costumi locali. Inoltre, il talento del regista emerge prepotente regalando scene suggestive (il bagno nella vasca-piscina traboccante di mele), spassose (la serata al night), stravaganti (la sveglia-catapulta o l’”altalena” al campanile tra Zivojin e la maestra Bosa) e talvolta surreali (l’uomo “sparato” dal cannone da circo in orbita per tutta la durata della pellicola). In definitiva, non è certo il miglior lavoro del cineasta di Sarajevo ma c’è quanto basta per apprezzarne l’effetto e verve a sufficienza per consigliare a chi non lo conoscesse di entrare nell’universo-Kusturica da questa porta. Musiche originali riuscitissime di Stribor Kusturica - figlio del regista, che interpreta anche l’esilarante Topuz - e scenografie benfatte di Radovan Markovic.

voto 6