sabato 7 gennaio 2012

J. Edgar di Clint Eastwood

Caparbio, manipolatore, ossessivo, egocentrico, solitario, duro, megalomane. Sono alcuni tra gli aggettivi giusti per descrivere J. Edgar Hoover, figura seminale ma controversa che ha costruito negli anni l’attuale FBI (inizialmente “Bureau of Investigation”) scombinando il sistema di leggi federali e anticipando le scoperte della scienza forense. Chi fosse realmente quest’uomo così temuto e misterioso prova a raccontarlo, con la sceneggiatura del trentasettenne Dustin Lance Black (già acclamato con “Milk”), Clint Eastwood, cresciuto nel corso degli interminabili quarantotto anni di mandato Hoover e interessato a osservare – come gli era già capitato in “Bird” e “Invictus” – la corrispondenza tra relazioni e azioni di uomini realmente esistiti.

Attraverso i ricordi di un J. Edgar (Leonardo DiCaprio) invecchiato, il racconto si snoda su due piani temporali in un viaggio nella storia americana che abbraccia gli episodi chiave della vita professionale dell’uomo. Dalla rivoluzione investigativa della sua gestione, alla lotta-fisima al comunismo, passando per la cattura del “nemico pubblico” John Dillinger e dal rapimento Lindbergh (trampolino per l’accreditamento definitivo del Bureau), fino alle indagini sporche sulle Black Panthers, Martin Luter King e i dossier confidenziali sugli uomini di potere.

Quello che però affascina il regista americano è, come accennato, la personalità di Hoover e i suoi intimi rapporti con le persone chiave della sua vita: sua madre Anne Marie (Judi Dench), la fedele assistente Helen Gandy (Naomi Watts) e soprattutto il legame – ambiguo e irrisolto – con il braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer).

La presenza di mamma Hoover è ingombrante: possessiva, arrivista, autoritaria nell’instillare i “buoni principi”, tra cui l’amore per quelle donne che J. Edgar tenta svogliatamente di sedurre più per dovere che per piacere (la sequenza del ballo “ex post” è sublime per descrivere gli equilibri psichici di madre e figlio). La stessa Helen diventa sua segretaria personale dopo aver rifiutato – all’interno della maestosa Library of Congress – una frettolosa proposta sentimentale raffreddatasi sul nascere. Nei confronti di Clyde Tolson nasce subito un sentimento di ammirazione (Tolson è molto intelligente ma anche più bello, alto ed elegante dell’esteta e insicuro Hoover) che gli vale assunzione immediata e successiva promozione a numero due dei Servizi. La narrazione si sofferma insistentemente sui due uomini. La loro attrazione è palpabile a ogni scena e sembra autenticare le voci – mai confermate – sulla presunta omosessualità di Hoover e sul legame particolare con un Tolson a lui attaccato morbosamente (si veda il concitato episodio della lite per gelosia).

Eastwood si muove nel corso della lunga durata della pellicola tra picchi e cadute ma con la consueta sensibilità riesce a fare emergere la profondità del protagonista, interpretato con fervore da Leo DiCaprio, imbalsamato in un trucco forse non all’altezza (comunque accettabile rispetto al gommoso make-up di Hammer) e vestito con cura maniacale dai costumi della scrupolosa Deborah Hopper (in passato premiata per “Changeling” e “Gran Torino”).

Per chi scrive, l’aspetto più interessante del lavoro è la grande attualità della vicenda. Hoover è stato un mistificatore della realtà, un eccelso imbonitore dei media. Un uomo bramoso di gloria che amplificava il suo operato ergendosi sempre a “eroe”, nascondendo bene gli scheletri nell’armadio pieni di reiterate violazioni dei diritti civili. Se c’è una debolezza in “J. Edgar” è proprio quella di aver glissato sull’analisi storico-politica, generando uno strambo biopic diluito in un melò omosessuale, certamente toccante ma altrettanto indeciso sul registro narrativo da seguire.

Per alcuni potrebbe non essere un difetto e, viceversa, il fatto che il regista dagli occhi di ghiaccio sia riuscito a rimanere in bilico tra questi temi scivolosi ha valore positivo nel giudizio finale.

Ma non importa. Un nuovo film di Clint Eastwood va salutato con entusiasmo a prescindere da ogni valutazione personale perché possiede una delicatezza e un calore rari. Chi saprà coglierli (dal 4 gennaio, ndr) inizierà l’anno un po’ più felice.

Voto: 6,5

giovedì 10 novembre 2011

Love for Life di Gu Changwei

In un piccolo villaggio cinese un uomo senza scrupoli di nome Qi Quan commercia sangue attraendo la povera comunità con la promessa di denaro facile. Una condotta amorale che diffonde il virus dell’AIDS e terrorizza gli abitanti sani, che porteranno i contagiati a rintanarsi in una vecchia scuola-ghetto gestita proprio dal padre dell'abbietto Qi Quan e che ospita l’altro figlio De Yi (Aaron Kwok). De Yi s’innamorerà presto della deliziosa Qin Qin (Ziyi Zhang di “Memorie di una geisha”), infetta anche lei e sposata con suo cugino; i due uniti nel dramma dell’HIV inizieranno a vedersi di nascosto e poi, una volta scoperti, ufficializzeranno la relazione.

“Love for Life”, terzo film del cinese Gu Changwei – già stimato direttore della fotografia di Zhang Yimou e Chen Kaige – contiene diversi elementi strutturali che lo rendono potenzialmente accattivante ma che, per come sono stati sviluppati, non facilitano la lettura della pellicola durante la visione e anzi sottendono una multipla chiave di lettura.

Dal titolo internazionale, la strada più accreditata sembra essere la storia d’amore tra due protagonisti tormentati, che condividono un destino crudele e inseguono un piccolo, effimero sogno di felicità. Il rapporto, però, innesca anche una riflessione di carattere universale sulla vita: conoscere in anticipo la propria sorte, sapere che rimane poco tempo rinvigorisce la vitalità dei protagonisti scatenando in loro delle emozioni travolgenti. Stati d’animo capaci di muovere energicamente gli uomini ma che li pone di fronte a drammatici timori su chi sarà il primo a dire addio all’altro.


C’è poi il focus sul traffico illegale di sangue e sulla malattia. Gu Changwei si sofferma inizialmente sullo scenario socio-culturale provando forse a sensibilizzare il pubblico circa l’esistenza di simili fenomeni che fanno leva sulla disperazione e ignoranza dei cittadini delle aree sottosviluppate. Il regista intende inoltre mandare un messaggio contro l’atteggiamento discriminatorio di cui sono vittime i malati di AIDS; volontà che emerge con evidenza durante la narrazione attraverso numerose scene che mostrano – sul filo del grottesco – la diffidenza e la fobia della comunità nell’interazione con “l’altro”.

Una danza, lenta e inesorabile verso la morte scandita dalla voce fuori campo del bambino deceduto nei minuti iniziali che contribuisce ad alimentare un’atmosfera fiabesca, per una vicenda toccante immersa in un rosso fulgido e sanguinoso (colore ricorrente anche nei costumi e negli oggetti, oltre che in un finale curiosamente macabro) ma cui manca un baricentro emotivo oltre che un’identità in grado di accreditare il progetto.

Voto: 5,5

martedì 8 novembre 2011

Nuit Blanche di Frederic Jardin

Due uomini in macchina indossano il passamontagna e a velocità sostenuta tagliano la strada a dei corrieri per strappare loro una borsa zeppa di cocaina purissima. Nelle peggiori città capita per regolare i conti o farsi le scarpe tra clan rivali. Non è il nostro caso perché i delinquenti alla guida dell’auto che attacca sono agenti di polizia corrotti. Non va tutto liscio per Vincent (Tomer Sisley) che si prende una coltellata all’addome da un balordo e nella colluttazione si fa smascherare dal figlioccio del boss Marciano (Serge Riaboukine), che per riavere la droga, rapisce suo figlio e dà inizio a una concitata “nuit blanche”. I giocatori in campo sono diversi: un altro sbirro venduto (Julienne Boisselier), una poliziotta intenzionata a scoprire le trame corrotte dei colleghi, il turco Feydek (Joey Starr) dalla faccia cattiva e il suo socio d’affari che rivendicano la partita di merce.

Il quarto lungometraggio di Frederic Jardin è un thriller denso di azione e colpi di scena, girato quasi interamente in un risto-dancing parigino, dove succede una baraonda: tutti ingannano tutti tra sparatorie, corpi a corpo, tattiche e lampi d’ironia (l’abito Dolce&Gabbana rovinato, le ripetute inquadrature sul garzone irregolare della cucina). Una scrittura sicuramente in palla ma che ogni tanto cede il passo a qualche eccesso. L’impressione è che si cerchi sempre il colpo a effetto, il contorsionismo narrativo con il quale spiazzare lo spettatore a ogni scena. Se da una parte la sceneggiatura gioca il ruolo robusto del pilastro, dall’altra si sgretola su se stessa trascurando ingenuamente alcuni dettagli non proprio marginali: tavoli e cucine del ristorante che funzionano a tarda notte, locale-fortino del boss sorvegliato da due sole persone, un gran trambusto per ore senza che nessuno intervenga o chiami le forze dell’ordine, personaggi “invincibili” duri a morire. È come se il regista avesse voluto costruire la tensione attraverso un patchwork d’idee e trovate spettacolari, a tratti anche geniali ma che alla lunga rischiano, al contrario, di allentare il pathos del racconto. Non è d’aiuto neanche la vicenda centrale del rapimento, edificata sul difficile rapporto con il figlio adolescente (Samy Seghir) che si evolverà nella maniera più classica e benevola.

Peccato, qualche taglio alla scrittura avrebbe alleggerito “Nuit Blanche” e reso meno sopra le righe un lavoro comunque interessante, girato con buon piglio e ben recitato; arricchito dalla fotografia di Tom Stern (da dieci anni in tutti i film di Clint Eastwood), opaca nelle sequenze degli inseguimenti e negli scontri a fuoco, brillante nelle riprese degli interni e quando combinata con la musica diegetica della pista da ballo. Una pellicola costata solo tre milioni di euro, presentata a Roma 2011 nella sezione fuori concorso “L’Altro Cinema | Extra” che ha tutte le caratteristiche per arrivare nelle sale e incontrare il gradimento del pubblico.

Voto: 6

martedì 21 giugno 2011

Cars 2 di John Lasseter e Brad Lewis

Come ogni anno che si rispetti arriva nelle sale un nuovo, coloratissimo film della Pixar Animation Studios. Anche questa volta, dopo “Toy Story 3”, si tratta di un ritorno: “Cars 2” (in 3D, purtroppo), sequel di “Cars – Motori ruggenti” del 2006 diretto da John Lasseter, cui si aggiunge come co-regista Brad Lewis (produttore di “Ratatouille”). Partiamo col dire che i due episodi sono molto diversi; non solo perché sono trascorsi cinque anni (un periodo notevole per il mondo dell’animazione) dall’esordio al cinema delle funamboliche auto magiche. Innanzitutto le location: dalla tranquilla, bambinesca e desertica Radiator Springs si è passati a un tour de force internazionale che abbraccia Tokio, Parigi, Londra e Italia (in un’immaginaria località marittima di nome Porto Corsa, ispirata per il look da Portofino). Al soggetto – classico Pixar – dell’amicizia e a quello tematico delle corse d’auto, si aggiunge un nuovo argomento: lo spionaggio internazionale; “non una parodia, ma vero spionaggio” ci tiene a precisare Lasseter. In effetti, l’incipit della pellicola lascia un po’ spiazzati perché nella sequenza vediamo una specie di James Bond gommato di nome Finn McMissile, un nuovo personaggio che affronta una delicata missione in mare aperto sfoderando lanciamissili e gadget prodigiosi. Quando Saetta McQueen – reduce dalla quarta vittoria in Piston Cup – è invitato dall’ex-magnate del petrolio (ora convertito in veicolo elettrico) Miles Axlerod al Gran Premio Mondiale, decide di arruolare in squadra il fidato Carl “Cricchetto” Attrezzi, che alla presentazione in Giappone viene scambiato per un’abilissima spia, vicenda che dà il là a un bizzarro intrigo internazionale. Ed è proprio Cricchetto con la sua simpatia il mattatore di “Cars 2”: si innamora della new entry Holley Shiftwell e rafforza il rapporto d’affetto con Saetta, che a sua volta dovrà vedersela con l’antipatico napoletano Francesco Bernulli, un campione di Formula Racers rappresentato in maniera poco politically correct come “il tipico smargiasso italiano”. Troppo caotico e cosmopolita, l’ultimo Pixar non riesce a graffiare come nelle ultime uscite (WALL-E, Up, Toy Story 3), in altre parole non si dimostra altrettanto abile nel toccare le corde emotive dello spettatore; latita quel puro sapore di commozione cui ci siamo abituati gustando multiformi scene d’amore e d’amicizia, di altruismo e lealtà, scarseggiano quei valori sui quali storicamente poggia l’impianto filmico della casa cinematografica californiana. Certo, dal punto di vista tecnico non si discute: un’innovazione continua dove luoghi, ambienti e oggetti sono ricostruiti meticolosamente con un gusto vivace, le riprese di corse e inseguimenti diventano più spettacolari, l’atmosfera generale è oltremodo dinamica. Però, manca appunto un vero baricentro, non c’è un focus partecipativo, e questo toglie semplicità dunque efficacia alla narrazione. Nella storia trova posto (anzi, è il fulcro del complotto) l’attualità con una riflessione “Green” circa le energie rinnovabili e l’utilizzo di uno speciale carburante “pulito” di nome Allinol, la cui parabola sembra esprimere un parere piuttosto critico e pessimista riguardo all’argomento. Detto questo, non fatevi intimorire dalle critiche: sono anche frutto delle grandi attese maturate sulla base dell’eccellenza artistica dei ragazzi terribili di Emeryville; il film è godibile e contiene diversi momenti divertenti, quindi consigliato per consumare in leggerezza una delle prossime serate estive lontano dall’afa. Questa volta, però, potete lasciare a casa i Kleenex.

Voto: 6

venerdì 17 giugno 2011

Drive di Nicolas Winding Refn

Stuntman part time, meccanico di giorno e autista per rapine di notte; un uomo (Ryan Gosling) di poche parole e parecchio sangue freddo al volante è il protagonista di "Drive" (dall'omonimo noir di James Sallis), nona pellicola del quarantenne danese Nicolas Winding Refn, che ha conquistato il Premio per la Miglior Regia al 64° Festival di Cannes.

Ambientato nella multietnica Los Angeles, il film parte spingendo a tavoletta con la lunga sequenza prima dei titoli di testa di un furto-fuga-inseguimento, scanditi da musiche synth martellanti targate Chromatics (album "Night Drive", ndr) dove il sobrio conducente avvolto nel suo bomber feticcio tiene a bada la tensione con il rombo del propulsore in uno degli incipit cinematografici più adrenalinici degli ultimi anni. Minuti carichi di tensione che offrono uno spettacolo eccitante, creato prevalentemente con l'uso suggestivo del sonoro: il ticchettio delle lancette, i rombi di motore, le sirene della polizia, la rotazione vorticosa delle pale di un elicottero, la voce diegetica dalla radio degli agenti e più di tutto l'ansiogeno brano "Tick Of The Clock" dal già menzionato disco.

Per il guidatore taciturno sembra aprirsi un futuro da pilota grazie a Shannon (Bryan Cranston di "Breaking Bad") e all'investimento di una coppia di criminali (Bernie Rose e Nino, rispettivamente Albert Brooks e Ron Perlman), ma prima di iniziare a calcare i circuiti si invaghisce della dolce vicina di casa Irene (Carey Mulligan). Il Driver senza nome è freddo e solitario ma ben presto si lega alla donna, e per aiutare suo marito Standard (Oscar Isaac) appena uscito da galera, finisce in una brutta situazione che scatena il suo vigore cruento in un crescendo di violenza, esplosa fragorosamente nelle scene del motel e dell'ascensore - dove ancora una volta Refn lavora persuadendo con l'ausilio del suono, lasciando solo immaginare al pubblico la ferocia assassina. In quest'ultima sequenza c'è una sintesi del film: Driver è intrappolato nella cabina insieme a Irene e ad un killer con il colpo in canna; il tempo si dilata, c'è un bacio appassionato mentre il cavaliere-pilota fa scudo con il corpo e scocca il primo di una serie di brutali fendenti raggiungendo un climax imperioso.

Proprio la doppia personalità rappresenta l'aspetto più interessante dell'uomo; fa emergere il contrasto tra il quieto ragazzo che si sporca le mani in officina per pochi dollari e la furia nervosa di uno psicopatico che in alcuni momenti non sfigurerebbe al cospetto dello schizzato protagonista di "Taxi Driver". Il regista sembra voler tratteggiare il profilo di un nuovo supereroe metropolitano, un oscuro giustiziere buono che invece del mantello indossa come in un rituale guanti da guida e giubbotto stampato con uno scorpione. Animale amante degli angoli bui e predatore di topi (di fogna), dettaglio iconografico su cui indugiano allusivamente le inquadrature.

Riprese dinamiche che proiettano emotivamente lo spettatore dentro la storia e lo deliziano con angolazioni che vanno a creare sorprendenti composizioni visive e con altri brillanti movimenti di macchina, oltre all'uso quasi straniante del montaggio ritmico e del ralenti a modellare un linguaggio filmico poderoso e in sincrono con le trascinanti musiche di Cliff Martinez.

Gosling/Driver, stunt di se stesso (emblamatico il momento in cui indossa per la seconda volta la maschera), è impassibile nella sua faccia imbalsamata da giocatore di poker; di rado regala un sorriso e si esprime attraverso codici non verbali come il gesto ripetuto - spia di un pieno di aggressività - dello stringere i pugni. La sua recitazione è notevole tanto quanto quella dei comprimari, su cui spiccano i due cattivi: uno spietato e sarcastico ("ho le mani sporche anch'io", "dai una pulita in giro prima di aprire la pizzeria") Brooks e un Perlman sopra le righe che deve ringraziare (?) madre natura per avergli fornito un volto da perfetto figlio di puttana.

Le caratteristiche della vicenda (lo sviluppo della furia dell'individuo difronte al pericolo, la storia d'amore, la rapina finita male) non sono originali ma Refn slalomeggia con una certa maestria tra gli ostacoli del déjà vuconcentrando la camera sulla contrapposizione mitezza vs. aggressività dell'imperturbabile e imprendibile (Walter Hill docet) "driver". La forza universale del film sta nel suo essere contemporaneo, nella capacità del regista di offrire un trattamento coinvolgente (le panoramiche sullo sfondo tentacolare di LA, l'uso puntuale della colonna sonora, il graphic design dei titoli), nel rivisitare con personalità l'ordinario script di partenza facendone un piccolo, cupo manifesto urbano di ultima generazione.

Voto: 8

venerdì 13 maggio 2011

Il primo incarico di Giorgia Cecere

Il primo incarico è anche quello di Giorgia Cecere che dopo gli anni di studio sotto l’egida professionale di Gianni Amelio e dopo aver scritto alcuni film per Edoardo Winspeare arriva all’esordio alla regia. La storia, concepita insieme a Xiang-Yang e Pierpaolo Pirone, è ambientata nella provincia pugliese nell’Italia degli anni 50 dove una giovane di nome Nena (Isabella Ragonese) decide di separarsi dal suo principe azzurro borghese per trasferirsi in un piccolo paese dell’entroterra dove inizierà a lavorare come maestra in una scuola elementare. La ragazza è determinata, vuole dimostrare il suo valore a se stessa e all’innamorato, non intende sedersi sugli allori di una vita agevole; anche perché proviene da una famiglia umile e, in cuor suo, vorrebbe fornire prova di meritarsi la convocazione negli eleganti salotti dell’alta società. Giunta in un paese tanto incontaminato quanto arcaicamente rappresentativo di un certo contesto socio-culturale rurale, dove l’unico modello possibile per la donna è di serva dell’uomo-padrone, Nena s’imbatte in uno scenario desolante fatto di tuguri, persone invisibili e un silenzio rotto solo dal vento. Un giorno arriva la lettera dell’amato Francesco che le confessa di essere in viaggio con un’altra donna e per Nena è un colpo duro che la condurrà in modo penoso a legarsi a un ragazzotto del paese. La vicenda non è priva di senso critico né accomodante con la protagonista, ma non si dipana efficacemente e mostra parecchie smagliature narrative nella sua evoluzione: il matrimonio con Giovanni, indotto per mantenere la cattedra, in un certo senso contraddice la personalità di Nena e quel desiderio di emancipazione iniziale. La ragazza, non solo si trova a condividere passivamente la vita con uno sconosciuto (per di più, un prototipo esemplare di maschio meridionale primitivo del tempo: irrispettoso, rozzo, ignorante) ma addirittura sembra compiaciuta e comincia ad apprezzare l’uomo grazie a degli episodi impalpabili (vedi quando lui le lancia un monito dissuadendola dal far cercare gli alunni tra i campi perché ci sono “i serpi”). In generale, la decisione di utilizzare quasi tutti attori non professionisti, alla lunga si paga con un risultato non all’altezza del cast tecnico, in gran parte della narrazione fuori traiettoria e privo dell’incisività necessaria ad aggiungere il giusto pathos che, al contrario, elargisce la Ragonese: la sua interpretazione è inappuntabile per intensità e delicata identificazione nel personaggio. Peccato, perché la regista mostra un talento non comune lasciando trasparire con rigore una tecnica espressiva classica che affonda le sue radici in certo cinema neorealista e un’accurata ricerca visiva grazie alla quale dipinge poeticamente l’affascinante location pugliese. Rimane un esordio interessante, ma poco a fuoco nel cercare di districarsi tra sentimentalismi in stile mèlo, ricostruzione storica, riflessioni sulla condizione umana, sguardo documentaristico, echi western e (mancata) rivalsa femminista. Attendiamo speranzosi il prossimo incarico.

Voto: 5,5

sabato 9 aprile 2011

The Next Three Days di Paul Haggis

John Brennan (Russell Crowe) e sua moglie Lara (Elizabeth Banks) sono una coppia affiatata: si amano perdutamente e crescono un figlio che adorano. Un giorno la donna viene arrestata e poi condannata per omicidio (aggressione violenta per futili motivi); John è sicuro della sua innocenza e inizia a battersi per dimostrarlo. Le prove, però, sembrerebbero schiaccianti e dopo tre anni la Corte Suprema respinge l’ultimo appello. Che cosa fare? Continuare a lottare forse velleitariamente o rassegnarsi all’idea di perdere per sempre la persona che ami? Oppure si potrebbe organizzare un’evasione! È quello che decide di fare l’uomo: architettare un complicato progetto di fuga famigliare. Ed è così che un tranquillo professore d’inglese si trasforma in un criminale. Il mutamento avviene tra ricerche in Rete, letture (s)consigliate e l’incontro con un ex-detenuto (Liam Neeson, in una piccola parte) che lo illumina con i suoi sapienti consigli. L’ideatore e il regista di questo rifacimento del francese “Pour Elle” è Paul Haggis, già acclamato per i due Oscar in successione per le sceneggiature di “Million Dollar Baby” e “Crash – Contatto Fisico” (da lui anche diretto e vincitore del premio come Miglior Film), oltre ad aver scritto con successo anche “Lettere da Iwo Jima” e “Casino Royale”. In “The Next Three Days”, un thriller concitato con buona tensione e un montaggio dal ritmo serrato, il problema – paradossalmente – è proprio nella sceneggiatura. Lo spunto di partenza non è definito e articolato con incisività, il trattamento non appare né coerente né approfondito adeguatamente. Il risultato è una storia che si mostra reboante in ogni sequenza, carica di eccessi e dettagli superflui. Un uomo, John, che si aggira nelle strade di Pittsburgh alla ricerca di soldi come un bandito consumato, sua moglie imperturbabile nonostante gli eventi, la polizia rappresentata macchiettisticamente, la presenza di Olivia Wilde nel ruolo di un’affascinante mamma e, soprattutto, la didascalica risoluzione finale, davvero assai pedante e forzata. Certamente in alcune situazioni sarebbe meglio lasciare allo spettatore qualche dubbio e interrogativo, piuttosto che congedarlo consegnando lui il libretto di istruzioni (nel caso specifico, più simile a quello dell’Uovo Kinder rispetto ai famigerati opuscoli Ikea). Tutto ciò ridimensiona la riflessione dell’autore sul concetto di fiducia e ovatta l’interesse riguardo al valore e al significato assoluto della parola data da qualcuno che amiamo che invece avrebbe potuto detenere un ruolo centrale. Ne rimane un film con una regia intensa e spettacolare, affascinante per alcuni aspetti, intimamente recitato da Russell Crowe, ma smaccatamente eclatante e poco plausibile.

Voto: 5