sabato 5 giugno 2010

Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella

L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi. Marcel Proust


Non serve eluderlo, lasciarselo alle spalle o cercare di nasconderlo; il passato si ripresenta bussando alla porta della nostra coscienza ed esige delle risposte. A volte, i segreti più oscuri – o, più semplicemente, uno stato d’animo dissimulato – possono essere rivelati dalla spontaneità di uno sguardo. Che siano le pupille di un feroce assassino o di un uomo innamorato, poco importa a Juan José Campanella, regista di Buenos Aires a metà tra cinema e televisione (suoi anche alcuni episodi di Dr. House e Law & Order), che ha realizzato lo scorso anno Il segreto dei suoi occhi, con il quale agli ultimi Oscar ha riscosso l’ambita statuetta per il miglior film straniero, scalzando, tra le altre, due pellicole di notevole fattura come Il Profeta e Il nastro bianco.

Dopo un poetico incipit-flashforward, appare Benjamìn Espόsito (Ricardo Darìn) in veste di scrittore in pensione, mentre cerca di raccogliere le idee per visualizzare mentalmente e mettere nero su bianco un fatto cruento avvenuto venticinque anni prima (il 21 giugno 1974, in una Argentina peronista dal clima assai teso, ndr) legato ai suoi trascorsi lavorativi presso il tribunale penale; con un flashback ci vengono mostrati i frammenti delle ultime ore di vita di una ragazza vittima di uno stupro-omicidio: la scena del crimine che scorgiamo pizzica lo stomaco e lascia presagire uno sviluppo caratterizzato da atmosfere tragiche e dolorose. Sensazione del tutto errata.

Non che il film trascuri la parte inquisitoria connessa allo spregevole delitto, ma si può dire che usa questo espediente narrativo per raccontare il sentimento di Benjamìn nei confronti di Irene Menéndez Hastings (Soledad Villamil), il suo altolocato superiore nel periodo di attività al tribunale.

Nella rappresentazione (scomposta in due parti: flashback correlati alle circostanze criminose e il presente a ridosso del Duemila), il malinconico Espόsito apre la scatola dei ricordi passando al setaccio il caso della violenza carnale della giovane Liliana e rivive le dense giornate di quegli anni 70, quando con l’aiutante-amico-alcolista Pablo Sandoval (Guillermo Francella) dava la caccia all’assassino e venerava – sottovoce – con lo sguardo l’elegante Irene.

Fuorviante, dicevamo, potrebbe essere la storia noir di fondo perché l’esposizione si dipana scandita da una spiccata ironia e a una buona dose di sarcasmo che rendono la parte centrale – stranamente, visto il tema di partenza – piuttosto divertente.

Gli eventi si susseguono: Isidoro Gòmez (Javier Godino), il sospetto stupratore, viene fermato nel corso di un epico piano sequenza (probabilmente “solo” una long take?) allo stadio del Club Atlético Hurácan e condannato all’ergastolo dopo un decisivo (e intenso) interrogatorio culminato in una cruda ammissione di colpa; però, per mano di un vecchio collega astioso verso Benjamìn, il reo confesso viene reclutato come collaboratore di giustizia e quindi scarcerato. La rabbia e la frustrazione sono grandi, e lo sono ancor di più quelle che assalgono Riccardo Morales (Pablo Rago), marito della vittima divenuto ossessionato all’idea di assicurare alla “giustizia” colui che gli ha portato via per sempre l’amata Liliana e a cui il paradossale sistema giudiziario consente anche il benefit di terrorizzare gli inquirenti.

Il flusso dei ricordi si assopisce, il romanzo e la vita di Espόsito hanno dei buchi che vanno colmati e il finale è tutto da riscrivere. L’uomo si scuote dal torpore della consuetudine e riconquista le proprie facoltà, decidendo finalmente di spalancare gli occhi e leggere la verità.

Campanella dirige un cast convincente e gira con piglio creativo costruendo sequenza dopo sequenza una pellicola dal meccanismo seducente e vi conferisce un marchio stilistico personale, al quale contribuiscono il peculiare uso delle angolazioni, i minuziosi primissimi piani, le inquadrature soventemente decentrate e l’utilizzo icastico della soggettiva. La macchina da presa del regista scruta, ascolta, spia, medita. È uno sguardo concentrato sull’amore, sulla vendetta, sulla giustizia, sulla (metafora) politica, sull’amicizia; l’equivalente degli occhi dello spettatore che – contrariamente a quelli del film – non hanno segreti e brillano naturalmente alla visione di una delle migliori uscite della stagione.


voto 8